Il Rāmāyana - I parte

Aggiornamento: 22 feb 2020

Questo poema epico è uno dei testi più importanti della tradizione religiosa induista. La storia ripercorre la vita e le vicende del sommo principe Rāma, avatar del dio Višnu.


Di questa storia esistono ovviamente molte versioni e aggiunte, la storia di base viene fatta risalire a Vālmīki, un brahmano di nascita legato ai re di Ayodhyā, contemporaneo di Rāma.

La storia nel suo nucleo è simile ad un poema epico della cultura occidentale, l'Iliade, essendo la storia della riconquista di una sposa rapita, si pensa difatti che i due testi, piuttosto che essersi influenzati a vicenda, rimontino a fonti leggendarie comuni anteriori al millennio aC.

Significativo è che la versione di Vālmīki rappresenti due società ideali, una idealmente buona e l'altra cattiva, l'intento infatti di legislatori e poeti dell'India antica era la realizzazione di una società ideale e questo ideale morale veniva traslato attraverso il culto degli eroi indiani. Tramite il Rāmāyana e il codice di Manu infatti si sistematizza l'idea del colore e delle caste indiane.

Rāma deve adempiere al suo dharma di guerriero all'interno del poema, proprio perché Vālmīki rappresenta nella sua opera una società perfettamente ordinata nella sua età e portatrice di un sostrato culturale molto influente nella mentalità dei cittadini che conoscevano la storia e la raccontavano per generazioni.


Vālmīki ricevette la visita di Brahma (dio creatore) che gli chiese di raccontare in shloka (versi dalla metrica vedica) la storia di Rāma, di Sītā, di Lakshmana e di tutto il popolo dei rākshasa, disse che quella storia sarebbe durata in eterno per l'umanità.

Scegliendo attraverso quale canale divulgare la sua opera, Vālmīki scelse i due perfetti figli eremiti di Rāma e Sītā, Kusha e Lava. Questi appresero perfettamente le shloka del poema e andarono alla corte di Ayodhyā dove accolti dallo stesso padre che li crede eremiti, recitano il Rāmāyana per la prima volta in pubblico.


Nella città di Ayodhyā vi era un re di nome Dasharatha, il quale era un se saggio e giusto, un giorno venne a sapere che dopo anni di assenza di un erede, avrebbe avuto 4 figli maschi.

Ora tutte le divinità interrogavano Brahma su come uccidere Rāvana, un re rākshasa dispotico e crudele che poteva essere ucciso solo da un uomo.

Si presentò così Višnu che decise di partecipare dell'essenza dei 4 nascituri del re Dasharatha. Quando fu tempo, dalle 3 mogli di Dasharatha nacquero 4 eredi. Da Kaushalyā, Rāma. Da Kaiekeyī, Bharata. Da Sumitrā, Lakshmana e Shatrughna.


Rāma fu il preferito di suo padre e l'idolo del popolo, Lakshmana dedicò se stesso al servizio di Rāma e i due erano sempre insieme. Assieme furono portati dal brahma-rishi Vishvāmitra ad uccidere due rākshasa che disturbavano i suoi riti sacrificali da eremita. Seguendo quindi l'eremita, a Rāma fu chiesto di andare nella città del re Janaka a compiere la sfida impossibile, tendere il sacro arco del rāja Devavrata, l'impresa era stata tentata da innumerevoli principi ma nessuno ci era mai riuscito. Il premio per colui che fosse riuscito a tendere il grande arco degli dei sarebbe stata la mano della figlia del re Janaka, Sītā.

Al grande evento della città partecipò quindi anche Rāma e, quando fu il suo turno di tendere il sacro arco, piegandolo lo spezzò, provocando un rombo di tuono o un terremoto.

Così Rāma e Sītā si sposarono.


Ora il re Dasharatha si sentiva troppo vecchio per continuare a regnare e la decisione dell'erede al trono ricadde su Rāma, ma un intrigo gravava su questa scelta.

La madre di Bharata, Kaikeyī, fu indotta dalla sua fedele vecchia e malvagia balia Mantharā a far insediare Bharata sul trono al posto di Rāma. Questa le disse che se Rāma fosse salito al trono, avrebbe bandito Bharata dal regno.

In una vecchia battaglia coi rākshasa il re Dasharatha fu ferito a morte e salvato da Kaikeyī, a quest'ultima il re aveva quindi concesso due desideri che ella si era conservata fino a questo momento.

Kaikeyī quindi, eccitata dalla sua balia, esigette dal re l'esilio di Rāma nelle foreste per 14 anni e il trono per suo figlio Bharata, al re Dasharatha non restò altro che accettare restando fedele alla parola data da un re.

Così Rāma fu esiliato per 14 anni nella foresta come eremita ma Sītā e Lakshmana non vollero saperne di non andare con lui, così partirono.


Poco tempo dopo essersi trasferiti alle rive del Gangā, nella foresta della montagna Citrakūta, i tre vennero a sapere della morte di Dasharatha e vi fu lutto e dolore. Il fratello Bharata si presentò quindi a chiedere a Rāma di prendere il governo del regno ma quest'ultimo rifiutò.

Dato che il luogo era stato contaminato dalla gente di Ayodhyā, i tre si spostarono nella selva di Dandaka.


Ora mentre si trovavano dalla selva al bel prato di Pancavatī, la sorella del malvagio re Rāvana, una rākshasī di nome Shūrpanakhā, come vide Rāma se ne innamorò e provò a sedurre prima lui poi il fratello Lakshmana e, rifiutata da entrambi, provò a uccidere Sītā. Lakshmana le tagliò il naso e le orecchie facendola scappare nella foresta, qui incontrò suo fratello Khara il quale, dopo averla vista in quella condizione, attaccò Rāma con un esercito di migliaia di rākshasa. La vittoria di Rāma sullo sterminato esercito, seguita dagli dei e dagli spiriti della natura, lo portò faccia a faccia con Khara. Dopo una battaglia epocale, una saetta di Rāma uccise il demone.